Una targhetta divertente dice: “Tutti portano un po’ di gioia. Chi entrando, chi uscendo”. E’ una frase ironica, ma sappiamo che ogni ironia contiene un nocciolo di verità. Per portare un po’ di gioia non bisogna essere sempre esuberanti. Meglio è tenere l’atteggiamento più appropriato ad ogni circostanza. Alla scorsa conferenza di Basilea l’oratore ha enfatizzato l’importanza di diventare consapevoli, ogni volta che varchiamo la soglia della chiesa, della realtà di Colui alla cui presenza ci rivolgiamo.

Anche se Dio è in ogni luogo, nella chiesa le nostre orecchie dovrebbero essere particolarmente aperte all’ascolto e il cuore disposto a incontrarlo. La parola di Dio forse non ci porterà sempre gioia, soprattutto quando ci riprende o ci corregge, ma il suo scopo finale è la pace. A una condizione: che noi vogliamo accettarla. Questo è il punto che fa la differenza. Quando Gesù venne sulla terra per portare pace a chi era vicino, cioè il popolo di Israele, e a chi era lontano, cioè i pagani, molti tra i primi rimasero distanti dal Salvatore. Essi preferirono continuare a rimanere bloccati nella loro religiosità, intrappolati dalla presunzione. Nel libro “Il Dio Prodigo”, Timothy Keller descrive questa triste condizione parlando del fratello maggiore, che caratterizzava tutti coloro che pensavano di essere più vicini a Dio di tutti gli altri mentre, a causa del loro spirito di giudizio e auto-giustizia, erano de facto più lontani. L’autore ci mostra anche come uscire da questo stato e risolvere questa situazione. E’ in brutta compagnia chi non vuole ascoltare, né si lascia cambiare da Dio.

Tuttavia, guardandomi intorno, vedo come nel corso degli anni molti di noi hanno vissuto e stanno vivendo la potenza trasformatrice della Parola di Dio, assaporando sempre di più questa pace profonda, anche in mezzo alle sofferenze e tribolazioni. E questa è una vera gioia.

Esprimo un sentito grazie al Signore e a tutti voi miei compagni di viaggio nel cammino cristiano; voi che avete ricevuto la stessa pace. Grazie che insieme possiamo condividere la Parola, la fede, la chiesa, questa parte di vita indispensabile e determinante per tutta l’eternità.

Dio ti benedica,

Pastore Antonio Perretta

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Una domenica un pastore si recò al culto prima del solito. Dopo essere entrato, prese un foglietto di carta e lo distrusse in tanti pezzettini che lasciò cadere a terra. Poi si sedette a osservare le reazioni dei fedeli che entravano. Alcuni mormorarono, lamentandosi della scarsa pulizia. Altri, scuotendo il capo con disapprovazione e aria di superiorità, si lasciarono sfuggire una smorfia di soddisfazione per l’ulteriore conferma del mal andamento della comunità. Infine, entrò una donna che, senza commenti, si chinò e raccolse tutto. Il pastore capì a chi avrebbe potuto affidare il compito di insegnare ai bambini.

L’aneddoto, raccontatoci dal diretto interessato, mostra come l’edificazione e il benessere della chiesa non dipenda tanto dai doni, quanto dall’atteggiamento e dalla fedeltà.

Quest’ultima virtù, indispensabile in qualsiasi campo ci sia assegnata una mansione, assume una connotazione ancora più completa ed essenziale nella chiesa, specialmente in un tempo in cui ci si lascia guidare dalla voglia.

Il termine “fedeltà” nella Bibbia è usato in riferimento a ciò che è stabile, sicuro, certo. Dio è fedele e non cambia. La Sua bontà rimane per sempre. E’ fedele nei suoi patti. E’ fedele nel prendersi cura dei credenti e nel non abbandonarli. Egli è fedele quando siamo tentati. Rimane fedele nelle nostre cadute. La sua fedeltà ci condurrà alla meta (Vedi 1Corinzi 10, 13; 2Timoteo 2,13; 1Tessalonicesi 5, 23 – 24, 1Giovanni 1, 9).

Grazie alla Sua fedeltà possiamo essere anche noi fedeli a Dio, ricevendo con fede le Sue promesse e mantenendo costante la nostra fiducia in Lui (Matteo 25, 21; Apocalisse 2,10). La fedeltà del credente è il riflesso, la risposta alla fedeltà che Dio gli ha manifestato e dimostrato.

L’immagine delle cariatidi di Atene, che sostengono il peso restando al loro posto, si presta per illustrare la perseveranza e la pazienza del credente che risponde con costanza e lealtà alla fedeltà accordatagli da Cristo.

Possiamo dimostrare fedeltà rimanendo in comunione e uniti alla chiesa, nell’impegno, nella preghiera, nel servizio, nel donare, nel participare ed invitare anche altri a farlo. Ricorda: non hai scelto tu di appartenere alla chiesa, ne sei diventato parte quando hai creduto in Gesù Cristo.

Così non spetta a te sceglierti a quale chiesa locale appartenere. Chiedi a Dio qual è il posto che Egli ha scelto per te. Dove Lui vuole che tu vada e in quale corpo lui voglia inserirti affinché tu possa crescere ed essere di edificazione per gli altri. Quando avrai compreso la volontà di Dio, rimane dove ti ha guidato. Persevera anche quando diventa difficile. La chiesa non è un luogo di pellegrinaggio e nemmeno un villaggio turistico. E’ una famiglia. E i loro membri non ne fanno parte soltanto per ricevere, ma anche per dare. Sii una benedizione nel modo in cui più esserlo solamente tu. Sii là dove il Signore ti ha messo.

Dio ti benedica,

Antonio Perretta

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Ai gatti sulla foto è bastato sentire il rumore della mia mano ravanare nello zaino per destare la loro attenzione. Con aspettativa, mi fissavano nell’attesa di ricevere qualcosa da mettere sotto i denti. Purtroppo, non avevo nulla per loro. Anche noi siamo attenti ai richiami. Al suono del cellulare, che ci annuncia il messaggio o la chiamata tanto attesa, al campanello di casa, che anticipa i nostri invitati, o alla voce di chi ha preparato la cena, che ci chiama a tavola. Possiamo però essere presto delusi se al telefono risponde il call-center di turno, proponendoci insistentemente un contratto, se alla porta di casa troviamo la solita visita indesiderata, e se la cena non è riuscita.

Dio ha i suoi richiami per destare la nostra attenzione. Possiamo però esser certi, che dietro di essi si cela sempre la sua bontà e non brutte sorprese. Anche se a volte si serve di modi che potranno non piacerci, oppure non riconosciamo a prima vista. Può utilizzare una situazione difficile, una malattia, un imprevisto che sconvolge in nostri piani. Altre volte Dio ci chiama tramite un amico incontrato per caso, oppure servendosi di una preghiera esaudita in modo insolito, quando non ci speravamo più. Nel modo più diretto Dio chiama con la Parola.

“Porgete l’orecchio e venite a me; ascoltate e voi vivrete.” Scriveva il profeta Isaia. Se diamo retta alla sua voce, dunque, vivremo. Saremo felici (Beati coloro che ascoltano e fanno un tesoro della Parola, secondo Apocalisse 1,3).

Traducendola in atti concreti della nostra vita quotidiana, saremo felici nel nostro operare scrive il fratello del Signore (Giacomo 1, 25).

Hai già ascoltato la voce di Dio? Egli ti chiama nel modo più forte e personale per mezzo di Gesù Cristo, il solo mediatore tra Dio e gli uomini. Ti chiama offrendoti uno scambio: le tue colpe per il suo perdono! Ti chiede solo il pentimento e una confessione. Devi ammettere di non aver vissuto secondo la Sua volontà e che finora hai ignorato, o raggirato, la Sua Parola. Hai agito da stolto credendoti furbo!

Il richiamo di Dio risuona fortemente nelle parole di Gesù: “Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo. Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore; e voi troverete riposo alle anime vostre”.

Nel suo zaino c’è sempre qualcosa che fa proprio per te!

Dio ti benedica,

Antonio Perretta

Gatti 1

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«All’angelo della chiesa di Filadelfia scrivi:
Queste cose dice il Santo, il Veritiero, colui che ha la chiave di Davide, colui che apre e nessuno chiude, che chiude e nessuno apre:
“Io conosco le tue opere. Ecco, ti ho posto davanti una porta aperta, che nessuno può chiudere, perché, pur avendo poca forza, hai serbato la mia parola e non hai rinnegato il mio nome. Ecco, ti do alcuni della sinagoga di Satana, i quali dicono di essere Giudei e non lo sono, ma mentono; ecco, io li farò venire a prostrarsi ai tuoi piedi per riconoscere che io ti ho amato. Siccome hai osservato la mia esortazione alla costanza, anch’io ti preserverò dall’ora della tentazione che sta per venire sul mondo intero, per mettere alla prova gli abitanti della terra. Io vengo presto; tieni fermamente quello che hai, perché nessuno ti tolga la tua corona.
Chi vince io lo porrò come colonna nel tempio del mio Dio, ed egli non ne uscirà mai più; scriverò su di lui il nome del mio Dio e il nome della città del mio Dio (la nuova Gerusalemme che scende dal cielo da presso il mio Dio) e il mio nuovo nome.
Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese”.

Apocalisse 3, 7 – 13

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Chiedeteci il volantino informativo

http://weihnachtspaeckli.ch/index.php?id=4&L=2

 

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A che punto ti trovi nella tua esperienza cristiana? Il passo di Isaia è un invito ad alzare lo sguardo verso l’alto. Ci presenta un “pastore stellare”, che ogni notte chiama il suo gregge di stelle per nome. “Levate gli occhi in alto e guardate: Chi ha creato queste cose? Egli le fa uscire e conta il loro esercito, le chiama tutte per nome; per la grandezza del suo potere e per la potenza della sua forza, non ne manca una.” (Isaia 40,26)

Alle stelle sono state assegnate delle orbite. Esse non vagano casualmente nell’universo. Tutto questo è stato architettato da Dio, che conosce il nome di ogni astro.

In un modo poetico Isaia ci dice che Dio chiama le stelle ed esse vengono, tutte. Nessuna di loro è dimenticata, nessuna è lasciata indietro. Tutte sono note, conosciute a Dio.

Oggi molti di noi vivono con la paura di non essere conosciuti, o non bene o abbastanza. Rimanere ignoti è un pensiero terribile.

A questo timore si collega la paura del rifiuto, di non essere accettati.

Lo stesso Dio che ha pianificato meravigliosamente la rotta delle stelle, e le conosce tutte, sa anche chi siamo noi e ci guida.

Egli non conosce soltanto ogni nome, ma anche la persona che si cela dietro di esso. Conosce le peculiarità, le caratteristiche, e anche le stranezze di ognuno.

Sa che ci sono pecore ancora piccole, però autentiche, che vuole proteggere e portare sulle spalle. Sa che ci sono quelle zoppe, che non sanno ancora reggersi bene in piedi. Conosce quelle che si nutrono di solo latte, quelle che si smarriscono, e quelle più rigide che si ostinano a percorrere sempre i soliti sentieri.

Conosce le pecore “belvedere” che amano la platea e la luce dei riflettori. Conosce le “prepotenti”, che spintonano le altre per ottenere ciò che desiderano. Conosce quelle timide, che hanno timore di sbagliare e sono attente a non ferire gli altri.

Il Buon Pastore ci conosce tutti. Se sei una sua vera pecora Egli continuerà a parlarti e a guidarti. Ma Egli conosce anche il tuo passo e la tua velocità di crescita. Sa quando nella tua vita si manifestano i tuoi limiti. Quando sei intrappolato e non riesci ad andare avanti. In quel caso il pastore non ti guida, ti porta in braccio. Fidati di Lui.

Dio ti benedica.

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Nessuno ci credeva. Eppure, con una squadra senza fuoriclasse che lottava contro la retrocessione, ha vinto il campionato Inglese. Si chiama Ranieri. Ha allenato il Leicester, che ha appena conquistato il suo primo titolo in Premier League. Pur non essendo tifoso, esempi come questo m’incoraggiano.

Molti anni fa, un profeta di nome Abacuc, ricevette un messaggio da Dio: “«Guardate, meravigliatevi e siate stupiti! Poiché io sto per fare ai vostri giorni un’opera, che voi non credereste, nemmeno se ve la raccontassero” (1,5).

Sembrava davvero un’impresa improbabile. Il popolo di Israele era debole, ribelle. Si era abbandonato all’idolatria, al compromesso e ai peccati più perversi. Come avrebbe potuto Dio compiere una grande opera con una squadra simile? Anche il profeta, all’inizio, era pronto a “retrocedere” e invocava il giudizio. Ma, improvvisamente, decide di mettersi in silenzio e di ascoltare ciò che Dio gli dirà. E Dio, che parla sempre se c’è chi ascolta, gli risponde e lo aiuta a cambiare prospettiva. Il profeta mette da parte la sua presunzione e il suo sentimento di superiorità e implora la pietà divina. Si rende conto che Dio porterà avanti la Sua opera, agirà in favore del suo popolo, e che sarà la fede a salvarli.

Come quel profeta, siamo parte di un’opera divina, grazie alla pietà che Dio ha avuto di noi. Nella Sua grazia ci ha accolti e inseriti nella comunità. Vivendo in essa, impariamo a prodigarci per il suo bene. Ma restiamo umili e riconosciamo i nostri limiti. Altrimenti assomigliamo a quell’uomo che disse al pastore: “Io e i miei amici vogliamo portare vita nella chiesa!” Alquanto presuntuoso, vero? Cosa potevano portare? Progetti, programmi, agitazione, pressione. Ma vita?

Scopriamo, piuttosto, il piacere di impegnarci, con fede, per l’edificazione. Teniamo in mente che, come squadra di Dio, siamo destinati ad avanzare e non a retrocedere. La nostra parte sia sempre quella di edificare, nella grazia di Dio, sia che parliamo con chi è di fuori, che stiamo tra noi, quando svolgiamo un servizio, o preghiamo, confessiamo, ci pentiamo, suoniamo, cantiamo, doniamo. Sia tutto mirato a edificare.

Non invochiamo il giudizio per le imperfezioni del popolo di Dio, ma la pietà. Il giudizio è retrocessione. La pietà è vittoria. Quando Dio riversa la sua pietà sulla Sua opera, la riversa su noi che ne siamo parte.

E non scoraggiamoci. Ranieri ha detto: “Vincere da vecchi è indimenticabile!” La sua vittoria è arrivata dopo tanti anni. Proprio come il profeta, che ha capito che le cose buone richiedono tempo per crescere e maturare. Non si aspetta un risultato immediato. E prega: “Da vita alla tua opera nel corso degli anni, e falla conoscere”.

Dio ti benedica.

Antonio Perretta

Invito seminario Marzone Flyer p. 1-2

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vinile-usatoAlcuni di noi possiedono ancora qualche disco in vinile, detto anche microsolco a causa della scia sonora impressa sul disco. L’ago ripercorre senza sforzi il tratto già tracciato e ne riproduce i suoni. Bisogna prestare molta attenzione però alla cura e alla pulizia del disco. Quando si graffia, i solchi si danneggiano e il giradischi non può più riprodurre il brano correttamente. Non c’è niente di più odioso di una canzone che s’inceppa e continua a ripetere sempre la stessa parte perché l’ago continua a girare sulla stessa traccia.

Anche nella nostra vita esistono dei solchi. Vengono impressi dalle nostre abitudini, dalle esperienza di vita. Di solito ripercorriamo le piste già note. Soprattutto nei momenti più difficili, quando la vita ci mette sotto pressione, le nostre reazioni scorrono sulla scia già tracciata e vissuta in precedenza. Là dove ci sono delle graffiature, o delle ferite, il disco della vita può incepparsi. La melodia non ha possibilità seguire il suo sviluppo. I pensieri ruotano allo stesso punto. Le reazioni solitamente quelle già vissute. Le frasi sono sempre le stesse. Non c’è più gradimento.

Il salmo 84 ci mostra l’importanza di tracciare nei nostri cuori solchi divini. Esso si può suddividere in tre parti, la prima parla della gioia nel Signore, la seconda della forza, e la terza della fiducia nel Signore. Secondo il Salmo, chi conosce Dio e si diletta in Lui, prova piacere a stare alla Sua presenza (v.1), trova in lui l’accettazione e il rifugio (v.3), emetterà canti di lode (v.4). Nel momenti di debolezza la pista impressa dalla Parola del Signore quando vivevamo nella pace e nella gioia, ci aiuterà ad accedere più facilmente alla Sua presenza. Egli potrà accrescere la nostra forza. La consolazione non mancherà e potremo rievocare e diffondere melodie di vita anche nei momenti più bui. La fiducia riposta nel Signore, che ci ha fatto del bene, aumenterà (v. 12).

Anche ciò che amiamo e seguiamo traccia un solco nel nostro cuore. Il salmista ci incoraggia percorrere la via del santuario, a incontrare Dio nel privato e in chiesa, con gioia e volentieri quando tutto va bene. In questa intimità avviene uno scambio. Noi impariamo a riporre in Dio la nostra forza, e contemporaneamente, Egli imprime in noi le sue vie. Il beneficio sarà nostro e la gloria andrà a Dio.

Quale disco stai incidendo nel tuo cuore? Quale brano stai riproducendo?

A. Perretta